Chi ha lasciato il Gas aperto?!!!

E già, perché bisogna stare attenti, c’è il pericolo di intossicazione e di esplosione!
Pensate che addirittura in un celebre carosello il Caballero della pampa sconfinata che voleva fuggire con la sua bella si raccomandava: “Carmencita, amore mio, chiudi il gas e vieni via!“.
Ma il gas su cui voglio portare l’attenzione non viene dalle cucine di migliaia di “azdore” perse nei fumi del ragù e nemmeno dai vecchi campi petroliferi sovietici; si tratta di un fenomeno “naturale” che riguarda la zona sub artica (l’allarme non è nuovo) (poveri Innuit, e poveri orsi bianchi).
A causa dell’anomalo incremento delle temperature nella tundra, il permafrost, lo strato di terreno che rimane congelato anche nel periodo estivo, tende a scioglersi ed a liberare il metano che imprigiona sottoforma di idrato. Il metano (CH4) ha un effetto serra circa 25 volte maggiore rispetto alla CO2, per fortuna la sua molecola in atmosfera mediamente ha una durata di solo qualche mese (contro i 150 anni della anidrite carbonica) dopo di che si combina con altri componenti e l’atomo di carbonio va a formare una molecola di CO2.
Il guaio però è che le quantità in gioco sono enormi, si stima che la CO2 cedibile dalla tundrasia di 1000 miliardi di tonnellate (le attuali emissioni annue dovute alle attività umane sono attorno agli 8 miliardi di tonnellate). E una recente proiezione rivela che i primi 3 metri di permafrost potrebbero scongelarsi entro la fine del secolo.
Ma cosa si può fare per controllare la situazione?
Alcuni ricercatori hanno fatto delle ipotesi su di un paio di scenari utilizzando un modello climatologico interattivo; se si prova a stabilizzare la concentrazione di CO2 in atmosfera a 550 ppm (attualmente siamo a 386 ppm) si può ipotizzare una riduzione delle aree coperte da permafrost a 1.500.000 di miglia quadrate (oggi sono 4.000.000), se si considera una concetrazione di 690 ppm l’area si ridurrebbe a sole 800.000 miglia quadrate.
Ma questi sono calcoli conservativi (per difetto) in quanto tengono conto solo delle emissioni dovute alle attività umane e non dell’effetto feedback dovuto allo scioglimento stesso.
In pratica si ritiene che per salvare la tundra, e in definitiva il clima stesso, sia necessario restare sotto ai 450 ppm di CO2, questo obiettivo è raggiungibile solo se l’umanità emetterà non più di 5 miliardi di tonnellate di CO2/anno, attualmente sono 8 miliardi con un incremento tendenziale del 3% all’anno.
L’alternativa, cioè superare il punto di non ritorno (sicuramente inferiore a 550 ppm), significa alimentare un meccanismo tale da amplificare il suo proprio effetto e raggiungere con facilità i 1000 ppm e oltre, il che vuol dire la fine della vita su questo pianeta così come l’ha conosciuta l’homo sapiens.
(tradotto da questo articolo con mie integrazioni e semplificazioni)
Cari Marcegaglia & c., vogliamo proprio insistere con ’sta crescita?
Vogliamo fare un po’ di nucleare? Parliamone, giustamente non in modo ideologico, ma nemmeno con il paraocchi, per favore!
Ma permettetemi di dire che non è concepibile (realistico), oggi, progettare un piano energetico che punta ancora su “una crescita sostenuta”!
Piuttosto mi viene un pensiero: non possiamo vedere la nostra attuale “crescita zero” come un’occasione invece che una malattia?
Non può essere l’opportunità per trovare un riequilibrio tra produttori e consumatori? Per insegnare alle persone a rivivere il proprio territorio? Per armonizzare i rapporti di forza tra le diverse generazioni? Per imparare ad usare al meglio le risorse rinnovabili senza compromettere i nostri pronipoti? Per soddisfare energeticamente le nostre esigenze di civiltà e comunicazione senza correre dietro pornograficamente al profitto per sé?
Ci inventiamo una nuova Itaglian way of Life? Che sia esportabile?
Aggiornamento
(29-5-2008)
Questa è la mappa dei depositi conosciuti degli idrati di metano pubblicata sull’ultimo numero della rivista Nature e riportata in questo blog di wired.com.
Oltre alle notizie di cui ho già raccontato ci sono diversi link interessanti da spulciare.
Ah! La cosa ha interessato anche il buon Beppe Caravita che ne fa un buon riassunto sul suo blog
